INNSE Milano – di Claudio Jampaglia

Claudio Jampaglia : a Milano un operaio vale meno di un metro quadro edificabile

 

Volevate
trovare un senso allo sciopero generale? Eccovi serviti. Nel più antico
dei modi: "giù le mani dagli operai". Una stufa di ghisa, sedie e un
fornello di fortuna, le calze ad asciugare sul filo, le tute appese.
Fuori nevica e la classe operaia è finita qua. Baraccata come i "senza
casa". Presa a calci nel culo come i rom. Innse Presse. Da ieri 49
persone non credono più a nessuno. Non vogliono sentire più niente.
Fanno anche fatica a parlare. «I problemi del lavoro in Italia li
risolvono o gli operai o la polizia. La polizia o gli operai. Cosa
dobbiamo fare? Piangere davanti alle telecamere? Dobbiamo farvi pena?».
Si diceva "solitudine" della classe operaia. Qui siamo andati molto
oltre se vale più un metro quadrato edificabile di un operaio in carne
ed ossa.
La vigilia dello sciopero generale regala a Milano
un’operazione di polizia contro i lavoratori. Uno sciopero dal sapore
antico. Solitario. Testone. Che chiede più Stato e ragione di fronte
alla recessione senza pari. E regala una storia ancora più antica.
Quella di chi resiste da 7 mesi contro la dismissione dell’ultima
fabbrica pesante di Milano. Sette mesi di lotta, tra occupazione,
autogestione, pezzi prodotti senza stipendio, presidi, blocchi, tavoli
di trattative che non si aprono mai, un compratore piovuto dal cielo
come non capita nemmeno nei film e un padrone che non vuole vendere a
nessun costo. Ma c’era un tavolo. Proprio venerdì, il giorno dello
sciopero. Un tavolo convocato dal ministero dello Sviluppo in
Prefettura (finalmente!) con proprietà e sindacati. Invece ieri, alle
7.30, arrivano in forza polizia e carabinieri. Tolgono i sigilli
all’area già sequestrata dalla magistratura. Loro si occupano degli
operai.
Mentre il padrone entra con una ventina di uomini da un’area
adiacente. Gli operai provano a passare lo stesso. Momenti di tensione.
Ma non ce la fanno. Presidiano finché possono. E guardano il padrone
che si barrica dentro. «Hanno cominciato a montare telecamere e
dispositivi di sicurezza… Il signor Genta ha speso più oggi per la
fabbrica che in tutto l’anno», dicono gli operai. Perché gli uomini del
padrone non sono venuti per produrre ma per tenerli lontani e forse
smontare i macchinari. Si sbaracca. La proprietà è sacra.
Costituzionalmente. E la polizia è lì a testimoniarlo. E poco importa
che abbiano preso per il culo questi lavoratori per sei mesi (e anche
per degli anni, a ben guardare). Poco importa che il signor Genta si
sia preso la fabbrica con l’aiuto pubblico, soldi nostri, e ora decida
di smettere, realizzare e arrivederci a tutti. Nonostante ci sia
lavoro. Nonostante ci sia un compratore che promette rilancio e altri
100 posti di lavoro. Altri 100 posti di lavoro, non 49 altri
disoccupati.

Oltre
la porta di cartone con appesi i turni di guardia ai cancelli, giorno e
notte, c’è più che rabbia. «E se adesso smontano i macchinari a cosa
serve il compratore? Noi cosa facciamo?». Licenziati lo sono già. Tempi
e procedure sono saltati perché hanno voluto provare a resistere. «Come
degli scemi, dei fessi… gli abbiamo finito le commesse, le abbiamo
consegnate… siamo pure andati a chiedere alla proprietà dell’area di
non revocare l’affitto… siamo proprio dei fessi, gli ultimi di questo
paese di merda». Il funzionario della Fiom riassume: «Non è possibile
perdere così, a queste condizioni… con la fabbrica lì, a trenta
metri, funzionante, con un compratore, con gli operai che hanno
rinunciato alla loro vita da mesi… non si può perdere così». Roberto
Giudici ha ragione. Dovrebbe essere una domanda di tutti. Invece non
c’è nessuno. I lavoratori lo sanno da tempo: «La società se ne fotte
della chiusura di una fabbrica. A Bellinzona, in Svizzera, le officine
delle ferrovie sono state sostenute da tutta la città. Le hanno
salvate. E Milano dov’è?». C’è la solidarietà della cooperativa Chico
Mendes che promuove una sorta di cassa natalizia di resistenza. Ma non
è questo il punto. «Milano non si vergogna che ci mandino la polizia?
Non sanno che chiunque non vale niente nelle mani a questi farabutti?».
La
fabbrica non rientra nei piani della città che da vent’anni vive
nell’illusione del terziario avanzato (quanti lavoratori di cooperative
fanno in realtà gli operai?) e nella realtà della speculazione
immobiliare. E l’area della ex-Innocenti di via Rubattino vale. Tanto.
E da quando il Comune si è messo in testa di riportare a Milano 700mila
abitanti fuggiti in Provincia negli ultimi 15 anni, è scattata la corsa
al rialzo delle aree. Ancora una volta. Perché Milano è solo questo. Un
prezzo al metro quadrato. E Aedes, la società proprietaria dell’area
(sempre ammesso che non l’abbia venduta in questi giorni, come si
mormora) lo sa bene. Gonfiatasi in borsa negli anni della
supervalutazione di aree e progetti stava morendo di asfissia: 800
milioni di debiti e un lungo tentativo di salvataggio che sta
approdando al tavolo dei creditori con un compratore (partecipa anche
Fininvest, quella dei Berlusconi) e un po’ di aiuti delle banche. E
agli operai cosa "concederanno" le banche?
Ieri il segretario della
Camera del lavoro di Milano, Onorio Rosati, ha usato parole dure e
insolite per il suo stile: «E’ stata fatta una pericolosa forzatura che
rischia di compromettere il tavolo previsto per venerdì, speriamo che
il prefetto faccia fino in fondo la propria parte». E non quella di
ieri. L’assessore al Lavoro della Provincia, Bruno Casati, ha chiesto
al Prefetto di «congelare la situazione, impedire che vincano i
"rottamai" e subito dopo i palazzinari». Ma l’assessore allo Sviluppo
del Territorio del Comune, Carlo Masseroli (Cl), l’unico che potrebbe
fare qualcosa sull’area, dopo qualche timida promessa, non si è più
sentito. E’ troppo impegnato a presentare e difendere il suo piano per
ripopolare Milano, col sacrificio delle aree dismesse e di quelle verdi
non ancora utilizzate. E dove le mettiamo le famiglie della Innse
signor assessore?

This entry was posted in Generale. Bookmark the permalink.